Cinquanta giorni con mia madre, ultimo libro di Giuseppe Filidoro, è un romanzo singolare di cui consiglio la lettura. Una scrittura piana, limpida e godibile che seduce fino all’ultima pagina; ma che richiede, secondo me, qualche avviso ai naviganti nel vasto mare della letteratura.
Sbaglierebbe, o meglio, lo impoverirebbe di molto, chi lo prendesse per un romanzo naturalista o verista; sacrificherebbe le tante sfumature e i molti rimandi di cui si compone – anche se tutti finiscono in un vicolo cieco. A me pare che il libro appartenga a quel genere di “realismo fantastico” che germoglia al limite di ogni razionalità storica, già frequentato da Calvino e da tanti ragionatori scientifici per lo più meridionali, da Sciascia a Gesualdo Bufalino. Le inchieste del dottor Salice (come quelle del Capitano Bellodi del Giorno della civetta) non approderanno a un granché: psichiatra, scienziato e in apparenza personaggio minore del nostro romanzo e della vicenda dell’avvocato Callisi, il dottor Salice mi pare il filo conduttore di una impotenza della ragione ragionante a sbrogliare il garbuglio della “realtà dei fatti” e della ricerca delle origini nelle verità umane. La madre di Lorenzo Callisi, vissuta due volte e due volte morta, resta una pura “gerarchia di suoni indecifrabili”. E così lo scrittore, cioè Giuseppe Filidoro a sua volta psichiatra e psicoanalista, si arrende allo “scarto ineludibile tra il (mio) immedesimarmi in lei e la sua viva realtà”.
E tuttavia, è proprio a causa di questo scarto che lui, come ogni scrittore, persevera nello scrivere e nell’indagare la vita. Insomma storia e letteratura congiurano insieme, non tanto per scoraggiare il lettore, quanto per spingerlo a metterci anche lui del suo, e a “partecipare al racconto (pur) di contribuire alla costruzione di una trama”, annodando “frammenti sorretti da una logica…ignota e inaccessibile”. E magari divertendosi pure! e godendo dei labirinti del Reale! Perché altro non abbiamo: la vita con i suoi casi e le sue opportunità, ci sbatte qua e là e a noi non resta che farne un destino, ben sapendo che è poco più di una costruzione della memoria, ma che ci serve a vivere e ad orientarci. Quel che importa non è trovare una spiegazione razionale ai casi della vita, ma viverla godendo delle sue contraddizioni, dei suoi errori, delle sue piccole felicità e delle sue miserie. E per finire: Filidoro si fa beffe di chi volesse ricorrere al mito delle radici da custodire e recuperare; e al lettore, che percorre le pagine come fossero tappe di un viaggio dantesco, riserva una sorpresa finale. Non si ritrova il tempo perduto; e non c’è alcuna “salvatio memoriae”.
L’Edipo freudiano, cioè il romanzo familiare cui diamo la colpa dei nostri imbrogli e delle nostre scelte, è una chiacchiera consolatoria, proprio come le tante storie che il fedele contabile Cosimo Merisi imbastisce ad uso dell’avvocato Callisi.
Un libro come questo, nel suo disincanto, pare un allegro rifiuto della malinconia e un invito a non perdere “il treno delle tre”, perché l’amore arriva proprio a quell’ora. Non dirò qual è la sorpresa: dirò solo che di Virgilio neanche Dante si è fidato ciecamente.
Piero Feliciotti
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