L’irruzione del reale e il setting reinventato. L’analisi al tempo del coronavirus: un limite o una risorsa?

Antonella Gallo

“Da questo momento si può dire che la peste ci riguardò tutti. Finora, nonostante la sorpresa e la preoccupazione suscitate da questi eventi straordinari, ognuno dei nostri concittadini aveva continuato come poteva a dedicarsi alle proprie occupazioni, al proprio posto. E così doveva senz’altro essere in seguito. Ma dopo che furono chiuse le porte, tutti si accorsero, compreso il narratore, di essere sulla stessa barca e di doversene fare una ragione. Così, per esempio, un sentimento privato quale la separazione da una persona amata divenne improvvisamente, sin dalle prime settimane, quello di un’intera popolazione e, insieme con la paura, il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di esilio.” (Albert Camus, La Peste, capitolo II)

Venerdì 7 marzo, salutando l’ultimo analizzante della settimana, non avrei immaginato che di lì a poco, il nostro lavoro avrebbe subito un cambiamento radicale. Quella minaccia nuova, proiettata da mesi in un Altro lontano, esotico, finora era stata protetta dai significanti rassicuranti e consueti “è un’influenza come tante”, e la sua pericolosità assorbita dai motti di spirito che continuavano a circolare per la città. Poi, l’incombere traumatico di un pericolo ormai vicino, che aveva un nome proprio, ma non un significato abbordabile, che diversi Discorsi cercavano di divulgare e denegare con un movimento appropriativo. In primis il Discorso del Capitalista enfatizzato dai media che lanciavano slogan, (il famoso “Milano non si ferma”), che imponeva il dictat dell’inarrestabilità del godimento, attraverso innumerevoli riti e comportamenti o rivendicando, a mio avviso, addirittura una “libertà, coincidente, con le parole di Pasolini a “una forma inedita di costrizione”. (P.P. Pasolini, Scritti corsari) Una libertà, svuotata cioè della sua matrice ideale, e calata in uno stampo narcisistico, grazie alla “permissività di un nuovo potere, peggio che totalitario, in quanto violentemente totalizzante”, sempre prendendo in prestito la preveggenza di Pasolini.(P.P. Pasolini, Il fascismo degli antifascisti). Mi riferisco al comportamento non solo delle nuove generazioni, ma anche di quanti a cui il Discorso del capitalista, e anche quello dell’Universitario rilasciavano la patente dell’inviolabilità dalla malattia e dalla morte, patrimonio dei vecchi. E poi l’angoscia, che il balbettio incoerente dei maître di turno, non riusciva a placare, perché l’angoscia è “l’ignoto di cui si fa esperienza”, è il sentirsi completamente ridotti al proprio corpo di fronte all’enigma del desiderio dell’Altro, è il sentirsi coinvolti nel proprio essere, certi di trovarsi nel mirino dell’Altro.” (Da C. Soler, Gli affetti lacaniani, L’angoscia) La mantide religiosa, lo spaventoso insetto di cui non esiste né esperienza né cura, riconoscerà in me la maschera del maschio da divorare o quella della femmina da lasciare indenne? Al cospetto di un reale senza senso e fuori discorso, che ha usurpato la scena alle pseudo certezze della Scienza, si ha, infatti, la  consapevolezza di essere ridotti al corpo, puro oggetto del godimento cieco dell’Altro. Certezza certificata da quella teoria di bare, che nella notte rendevano tutto l’orrore della morte, che non aveva ricevuto il velo e il soccorso dei riti, che donano ancora all’oggetto perduto una consistenza simbolica.

La domanda che si pone, allora, è questa: qual è la posizione etica dell’analista di fronte all’insorgenza di un reale che per sua stessa definizione, non può ricevere il soccorso del senso? E soprattutto, come fare a non anelare l’appiglio della terapeutica la cui definizione, come avverte Lacan nella Proposta, è il “ristabilimento di uno stato pristino? E questo non per la sterile ripetizione dell’abusato jingle  “Nulla sarà più come prima?”, ma per il radicale convincimento che ogni esperienza, ed in particolare quella con l’insensatezza del reale, possa essere occasione di riflessione e di scoperta. Rimanere al proprio posto, dunque, senza operare un diniego della realtà, o coltivare l’illusione maniacale che sarebbe andato tutto bene, ma per dare prova della persistenza del desiderio dell’analista e della sua etica, che suggerisce di non indietreggiare di fronte all’emergenza. Ho proposto, quindi, ai miei analizzanti di continuare i nostri incontri, avvalendoci dei mezzi a disposizione: semplici telefonate o video, senza onere di sorta, come segno, appunto, del mio desiderio. Verso tutti la preoccupazione di un cedimento al peccato della tristezza, alla noia, alla tetraggine.

In realtà non ero nuova alla reinvenzione del setting perché, ormai da due anni, seguo una giovane analizzante, che per motivi di studio, si trova per la maggior parte dell’anno, all’estero. Nel corso, di quella che considero una vera e propria analisi, per l’emergenza di sogni, di lapsus e di una isterizzazione della domanda (da uno stato depressivo alla consapevolezza del proprio coinvolgimento nei sintomi), è stata rispettata la regola fondamentale e sono stati attraversati diversi momenti di “crisi” tra cui, certamente, anche quella relativa, al coronavirus, vissuto in un paese straniero, lontano dalla propria famiglia. Con lei, ho sentito anche la necessità di offrire un sostegno, -secondo l’insegnamento di Fulvio Marone, che diceva che l’analista si rende conto del momento in cui è necessario offrirlo- ma l’analisi è continuata, arrivando, anzi, ad una svolta, per quanto riguarda il suo sintomo fondamentale.

Al di là di questa terapia ormai consolidata, la mia proposta è stata accolta in maniera diversa dagli analizzanti: una minoranza non ha aderito, altri hanno chiamato episodicamente anche per l’emergenza di problemi non derivanti dal coronavirus, altri ancora, seppure a distanza, hanno continuato con la solita cadenza, mantenendo lo stesso giorno e la stessa ora del solito appuntamento. Se, come ci ricorda Freud, ne “Il disagio della civiltà”, provare infelicità è assai meno difficile che provare felicità, (in quanto) la sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo, […] dal mondo esterno […] e infine dalle nostre relazioni con altri uomini. E se “la sofferenza che trae origine dall’ultima fonte viene da noi avvertita come più dolorosa di ogni altra”(S. Freud, Opere, vol. 10, Boringhieri, Torino, 1978, p.568), forse non c’è da meravigliarsi, se per gli analizzanti con cui ho avuto rapporti episodici o anche continuativi, una volta schermati dal nemico esterno dalle mura di casa, l’infelicità denunciata riguardava i problemi esistenziali, soggettivi, anziché quelli relativi all’epidemia.

Diverso il caso di chi ha mantenuto la regolarità delle sedute e già precedentemente era riuscito ad entrare nel dispositivo analitico. Con tali analizzanti, dopo un’iniziale rottura dell’equilibrio consueto, per il cambiamento delle abitudini lavorative, sociali, relazionali, è continuato il lavoro di sempre. In estrema sintesi potrei dire che, per quelli che già erano coinvolti nel dispositivo analitico, il lavoro non ha subito intoppi, a riprova della rilevanza di quell’oggetto-voce dell’analista di cui, sempre Fulvio Marone, sottolineava l’importanza, raccontando che, prima dell’uso del cellulare, persino la segreteria telefonica registrata appunto con la voce dell’analista, poteva essere d’aiuto in un periodo di crisi, come quello della pausa estiva o del Natale.

Paradossalmente, ho notato che il ritiro nelle proprie abitazioni, non è stato per molti, una fonte di angoscia, ma di benessere. La casa, come guscio materno protettivo e sterilizzato, si è offerta come il diaframma tra il noto e l’ignoto, la pulizia e la sporcizia del contagio, la vita che continua e la morte. Ha significato, per una mia paziente, il risvegliarsi del desiderio appannato dallo spazio claustrofobico dell’ufficio, per un’altra l’arrestarsi di una corsa senza sosta sia per quanto riguarda il lavoro sia per quanto riguarda un godimento obbligatorio e quotidiano. Il problema che si presenta, per taluni, ora, è l’abbandono della tana, con il suo miraggio di decontaminazione e di sicurezza assoluta. Il problema diventa più pressante per alcuni pazienti di struttura psicotica, in alcuni dei quali si è sviluppata una vera e propria angoscia da contatto. Un sogno di Aldo, un paziente che seguo da molti anni, dimostra il suo tangibile desiderio di protezione: il quartiere popolare e animato dove vive da sempre, si trovava all’interno delle mura poderose di un castello, circondate da una palude dove nuotavano i coccodrilli. Eppure Aldo è uno dei pazienti, che da sempre ha maggiormente espresso il desiderio di riprendere le sedute dal vivo. Da lui, che lega da sempre il godimento all’oggetto sguardo, associandolo ad un’esperienza infantile, è stata richiesta la videochiamata per le sedute a distanza, lasciando la modalità telefonica, quando si è trattato di una richiesta di aiuto extra per alleviare l’angoscia.

Motore della cura analitica, more solito, è stato il transfert, che ha permesso di superare la modalità consueta del setting, perfino, la presenza dei corpi.

In sintesi, ho avvertito maggiori limiti e difficoltà nel rapporto con chi, già precedentemente, non era ancora entrato nel dispositivo, anche frequentando assiduamente la stanza analitica, per gli altri un intervento, seppure a distanza si è rivelato una risorsa e non solo per un sostegno e un contenimento, seppure auspicabili dell’angoscia, ma come strumento di sapere, che ha portato anche delle aperture  inaspettate.

Da qui la mia convinzione della necessità che la psicoanalisi non si chiuda in una turris eburnea, ma si confronti con la complessità confusa dei nostri tempi, adottandone, se necessario, i mezzi tecnologici, con la certezza dell’apporto che essa ancora può dare in momenti difficili dal punto di vista individuale e sociale. Non si tratta di opporre la psicoanalisi “pura” in intensione, a quella in estensione, ma di operare una scelta politica in cui, come auspicava Lacan, la psicoanalisi in intensione sia l’elemento propulsore di quella in estensione, cioè della terapeutica e del sociale.

Napoli, 29 maggio 2020

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“Parlare è anzitutto parlare ad altri”

Jacques Lacan