XIII° Rendez -vous dell’IF-EPFCL 23-26 LUGLIO 2026 São Paulo Brasil
Parto da una frase tratta da La direzione della cura: “…quanto dev’essere bruciante per l’analista la tentazione d rispondere anche solo un po’ alla domanda.”[1]
Lacan fa questo commento dopo aver detto che è escluso che l’analista risponda ad alcuna domanda. Bisogna precisare che la domanda di cui parliamo è la domanda rivolta all’analista, quindi una domanda che è effetto dell’offerta analitica. Quello che fa la differenza è l’offerta, cioè quello che arriva dal lato analista. E qui troviamo la neutralità, il fatto che l’analista nel suo operare non segue i suoi gusti e valori, che siano più o meno in linea con quelli dell’epoca; il procedimento che Freud ha inventato si basa sull’ipotesi che all’origine dei sintomi c’è l’inconscio, e un’analisi può dimostrarlo. Dunque, se c’è una cosa per cui l’analista milita è il sapere inconscio; se c’è qualcosa contro cui va è la rimozione. L’offerta analitica causa la domanda transferale. Su cosa si fonda la non risposta dell’analista alla domanda d’amore transferale? In Osservazioni sull’amore di traslazione Freud raccomanda di non ricambiare e di non respingere l’amore, cito: “La via che l’analista deve seguire è un’altra, e tale che non esiste per essa alcun modello nella vita reale.”[2] Non è per un principio morale che non si risponde all’amore ma perché ne va della possibilità dell’analisi; un analista “per quanto in alto ponga l’amore, deve porre ancora più in alto la cura.”[3]
L’analista è tale solo a questa condizione che noi oggi, con Lacan, chiamiamo desiderio dell’analista.
C’è poi la domanda di guarire, e anche qui Freud non solo mette in guardia dal furor sanandi ma ce ne offre lui stesso l’esempio, dal momento che inventa il dispositivo analitico per sapere più che per guarire i sintomi. La psicoanalisi è infatti una cura sui generis, si porta alla luce il sapere inconscio e l’effetto terapeutico arriva in sovrappiù.
Nelle ultime pagine de La direzione della cura Lacan omaggia Freud definendolo “uomo di desiderio, di un desiderio da lui seguito suo malgrado”, allusione al fatto che altre opzioni gli avrebbero forse permesso di soddisfare meglio le sue ambizioni. Ma l’opzione di Freud, esempio di etica del desiderio, non ha avuto cedimenti e gli ha permesso l’atto di aprire una via nuova.
E noi, che proseguiamo su questa via, come ci sosteniamo nella nostra pratica? La mia idea è che la posizione analitica si sostenga grazie alla destituzione soggettiva, momento di svolta dell’analisi, dove il soggetto si scopre oggetto. Se la scoperta, tanto a lungo impedita dall’orrore, gli provoca una reazione affettiva positiva, allora potrà e vorrà occupare il posto di oggetto per altri, per quelli che incontra, uno per uno, nelle cure che conduce. La destituzione diventa per l’analista una sorta di condizione permanente, ogni volta rinnovata, condizione dell’atto da cui si deduce il desiderio.
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“Parlare è anzitutto parlare ad altri”