La famiglia Bélier

(La Famille Bélier è un film del 2014  diretto da Éric Lartigau)

Cosa ci fa una ragazza udente e parlante all’interno di una famiglia di sordo-muti? Cosa ci fa una ragazza mandriana e contadina nel 2014? Cosa ci fa un sordo-muto in politica? E una madre con il tacco dodici in fattoria?

La famiglia Bélier potrebbe essere considerato il film delle contraddizioni, degli azzardi, delle sfide ai luoghi comuni. Ma, mentre elenco i vari “colpi di stato” che la sceneggiatura ci offre, mi accorgo che non sono affatto lontani dagli innumerevoli “colpi di stato” che un adolescente offre quotidianamente, ovvero: contraddizioni, azzardi e sfide.

Cosa accade ad un giovane quando si affaccia alla vita, non più come figlio dei suoi genitori ma come soggetto che parla e ha una sua voce? La protagonista di questo film, Paulà, ce lo dimostra bene: la prima reazione che il ragazzo ha, generalmente, è proprio quella dello spavento. Quando lei, per la prima volta nella scena del canto, scopre di avere una voce sua, si spaventa e scappa. Lasciando, fortunatamente, un professore innamorato ad occhi lucidi sussurrarle ” Era ora che uscisse!!”. Lo stesso professore, nell’audizione iniziale aveva già inteso qualcosa di lei, dicendole: “Questa non è la tua voce”. È importantissimo per un giovane di quell’età incontrare un maestro nel senso più socratico del termine, ovvero, qualcuno che sappia ascoltare la voce che c’è al di là di quella prodotta.

In effetti è questo che accade nel film, un film di formazione a tutti gli effetti, in cui una ragazza va alla ricerca della propria voce. Potrei a questo punto pensare che la sordità di questa famiglia sia una sordità più simbolica, sia la sordità che ciascuna famiglia mette in atto nei confronti della soggettivazione del proprio figlio. Freud in un suo saggio parlava di “eredità”, sostenendo che un figlio deve sapersela meritare, rielaborare l’eredità. Ovviamente non si riferiva ad un eredità di tipo economico, ma ad un’eredità simbolica, che riguarda il diritto all’esistenza. Freud parlava in un tempo in cui famiglie di commercianti producevano figli commercianti e famiglie di contadini producevano contadini. E lui comunicava, con questa frase sull’eredità, un concetto basilare: il figlio per raggiungere il diritto ad essere, inteso come soggetto che esiste, che pensa e si produce nel mondo, deve poter prendere ciò che dalla famiglia gli arriva, in termini di insegnamenti e trasmissioni e poterlo rielaborare a suo modo, attraverso il proprio vissuto, così da rimetterlo in gioco con una quota di investimento personale che gli permetta di occuparsene.

Cosa accade se un figlio eredita insegnamenti, lavoro e destino dai suoi genitori senza poterli ridiscutere e marcare con il proprio nome? Accade che l’interesse viene meno. C’è il rischio che il soggetto abbia sempre la sensazione di occuparsi dell’affare di qualcun altro. Paulà nella scena di confronto con la madre lo dice: “Quindi io avrei dovuto fare formaggi tutta la vita solo perché non ho la fortuna di essere sorda?”. È una frase bellissima e molto veritiera, perché la sordità spesso può essere utile. Assordarsi rispetto alla domanda dell’altro, del partner, del figlio e, addirittura, rispetto alle proprie domande può essere molto conveniente alle volte. Al contrario ascoltarle, implica un’assunzione di responsabilità che, nel suo etimo, rimanda a responso e quindi risposta. Ascoltare immette in un percorso in cui ci si scontra con le proprie cadute, con i fallimenti, le attese. In una scena del film il maestro di canto urla con foga la sua decennale attesa nell’essere riconosciuto. Per dieci anni ritenta la strada verso Parigi, verso il suo desiderio. E come diceva Lacan “il desiderio e quella roba che non molla”. Non è il volere una cosa piuttosto che un’altra, ma è quella roba che non molla riguardo alla propria voce, al potersi dire con il proprio nome.

Mi verrebbe da dire che in una famiglia come la Bélier, paradossalmente, un figlio non avrebbe altra chance che quella di seguirla e trovarla la propria voce. E questo perché? Perché nonostante tutti i tentativi di tenere la figlia a casa, di farle pesare il suo essere normoudente e di non volersi occuparsi dell’eredità famigliare, il loro insegnamento va in tutt’altra direzione. Sono due genitori che del desiderio fanno motore dell’esistenza. Lo trasmettono in mille modi: il desiderio di dire la loro, di non vivere la sordità come un handicap ma come un’identità, il desiderio di ascoltare l’altro nonostante il limite fisico ( lo slogan che il padre sceglie per candidarsi in politica è ” Io vi ascolto”). Trasmettono desiderio di sapere e di cultura leggendo. La madre trasmette desiderio di essere femminile pur lavorando in una fattoria. Per non parlare del desiderio sessuale, che li anima e li rende una coppia genitoriale nel senso più profondo. Lacan diceva “Un padre è degno di stima se non addirittura d’amore da parte del figlio, quando fa della sua donna l’oggetto che muove il suo desiderio”. Per un figlio è una grande fonte di identificazione con il padre il fatto di sapere che lui prova desiderio per la moglie. Infatti il piccolo sordo-muto non teme di sperimentarsi nell’approccio amoroso con l’amica della sorella. Verrebbe da dire molto irreale come scena, poiché sappiamo bene che chi è affetto da handicap difficilmente si autorizza o si sente adeguato all’approccio con l’altro sesso. In questo film l’insegnamento, passa proprio attraverso questo suggerimento: desiderio come “leva che può sollevare il mondo” parafrasando Archimede. La stessa Paulà accetta di cantare anche perché mossa da desiderio nei confronti del suo compagno di canto.

Mi capita spessissimo che genitori che seguo nella mia attività clinica mi riportino turbati il fatto che i figli decidano di fare uno sport o un’attività solo se la fanno i loro amici. E io dico a tutti “Leggete la bella favola di Amore e Psiche!” che Psiche, intesa come anima, come intelligenza e desiderio di sapere, va lì dove c è Amore. Dove c’è amicizia, dove c’è lo specchio del pari che restituisce qualcosa di sé. Per i ragazzi che in quell’età perdono quasi tutto, poiché il loro corpo cambia, la voce muta, le mestruazioni irrompono e vengono, dunque, chiamati ad un lavoro di lutto importantissimo, avere un simile con cui condividere queste perdite diventa salvifico. È l’amica di Paulà che le dice “Tu hai un dono, sei la mia migliore amica e hai un dono”, quindi la esorta a seguire la via del canto senza paure. Detto da un adulto non ha lo stesso suono per loro.

Alla fine del film la madre dice “Ho pianto tanto quando ho scoperto che ci sentivi” e, a modo suo, ogni madre piange quando il figlio è altro. Possono essere lacrime malinconiche che trattengono il figlio o possono essere lacrime di scioglimento che liberano.

Sono tante le questioni che interrogano i genitori quando devono lasciare i figli “volare”, non ultima quella di dover rimanere soli tra loro come coppia. “Tu hai paura di rimanere sola come me” , dice il signor Bélier alla moglie.

Un figlio, quando arriva, occupa un posto all’interno della famiglia e contribuisce a destabilizzare alcune dinamiche. Inevitabilmente, quando arriva il momento in cui il posto resterà vuoto sarà compito dei genitori non metterlo in conto al figlio.

La bellezza di questo film, nella mia opinione, sta proprio nell’aver reso evidente come ogni genitore deve fare un vero e proprio sforzo per comprendere la passione del figlio. Il genitore che avrà l’audacia di posare le sue mani sulle corde vocali del figlio, come fa il signor Bélier nella delicatissima scena finale e, in un tentativo approssimativo, riuscirà a cogliere anche solo qualcosa della passione del figlio, fosse anche solo una vibrazione, non potrà che trarne gioia.


Maria Eugenia Cossuta

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