Cantare bene e ballare bene significa essere ben educati

cantare e ballare educazione

Cantare bene e ballare bene significa essere ben educati” (Platone)

Avvertenza al lettore: chi scrive è momentaneamente affetta da SARS Covid-19, in isolamento da 5 giorni.

Mi vengono ricordi di malattie dell’infanzia. Varicella, Scarlattina. Lunghe giornate in camera.
Alla fine degli anni ’70 erano davvero pochi gli spazi televisivi dedicati ai bambini. Tele Friuli passava qualche cartone animato, nel mio territorio locale e così faceva, timidamente, la Rai su scala nazionale. Fortunatamente arriva il 1982, portando con sé Italia 1 e “Bim Bum Bam”, programma interamente dedicato ai bambini. Cartoni animati che allietavano l’infanzia, per un periodo limitato di due ore, ogni pomeriggio. La mia formazione sentimentale inizia lì. Dalla struggente orfanitá di “Candy”, superata grazie al suo sentimento per la vita, a “Pepero”, bimbo che vive sulle Ande e decide, a dieci anni, di partire alla ricerca del padre, a sua volta partito alla ricerca d’un sogno. La madre, Anita, inizialmente contraria, si lascia alla fine persuadere e acconsente al viaggio, a condizione che il figlio venga accompagnato, in questa ricerca, da un vecchio saggio. Magnifico imprinting per i bimbi degli anni ’80: una madre permette che il figlio incontri Padre, per il medium di una ricerca personale, in compagnia di un maestro a cui affidare il figlio.

Prima e dopo “Bim Bum Bam” si facevano i compiti, si giocava per le strade con gli amici, si cascava nei fossi d’ortiche perché si tentava di andare in bicicletta ad occhi chiusi. Si rientrava a casa pieni di bolle e di graffi e, spesso, ci si lavava di nascosto in cortile per minimizzare l’accaduto ed evitare il ” quante volte ti ho detto di stare attento!”. Si cercava molto di stare alla larga dai genitori. Le mamme venivano a chiamarci per la cena. Meno ce n’erano in giro e meglio era per tutti. Loro stesse parevano più sollevate. Nella lettura di un adulto, che ha vissuto da piccolo il terremoto del Friuli del ’76, il ricordo più forte è quello legato alla premura degli adulti di ricostruire subito le scuole. Prima di tutto separare i bambini dagli adulti, poi ciascuna delle due fazioni potrà occuparsi meglio dei rispettivi affari.

Anche oggi, in tempi di pandemia, la preoccupazione maggiore per i genitori è evitare la dad e garantire la scuola in presenza. Ad ogni catastrofe emerge forte questa esigenza separatista.

Evidentemente la separazione è utile e portatrice di vita.

Ma a quanto pare, oggi, c’è anche per molti qualcosa di insostenibile nella separazione. Qualcosa che prende le varie forme del “sempre connessi ” ma che, in questo, non ne ha le origini, bensì solo le declinazioni sostitutive accessibili.

Allora, come in un Apocalypse Now contemporaneo, cerco di risalire il fiume che mi interroga su questo corto circuito, perverso, che ha portato a liquefare il tratto della separazione tanto che, sembra quasi impossibile trovare un rapper o un trapper, che non si porti la mamma nei propri testi se non addirittura in tournée. Non c’è trapper che si rispetti bro, che non rispetti la mm! Su questo non c’è da scherzare.

E quindi la mia domanda: qual è il legame tra la mancanza di separazione, il bisogno della mamma in età prolungata, la presenza di violenza nei testi trap e la sensazione di mancanza di un futuro per alcuni giovani?

Una nel mondo” è la canzone di Mondo Marcio, rapper che si riferisce alla mamma come all’unico amore e unico salvagente per lui, nel naufragato rapporto tra i suoi. Laioung canta “Proteggimi” dedicato allo stesso tema della separazione dei genitori. Qui il ragazzo fa un passo in più, dicendo che avrebbe preferito non essere coinvolto nelle liti, non assistere, non essere presente. Esserne separato.

Un’invocazione di separazione dall’intimità genitoriale che, purtroppo, molti bimbi sentono come grido interiore soffocante e, difficilmente, riescono ad articolare.

Le separazioni, che siano dai genitori o tra i genitori si portano dietro sempre una quota di dolore, la cui elaborazione si rende necessaria per superarne il lutto e non divenire malinconia o rancore.
Freud ne parla bene nel suo scritto Lutto e melanconia “.

Quando l’elaborazione manca, la separazione resta non simbolizzabile e l’oggetto perduto non lo si lascia andare, non lo si sostituisce. Questo crea quel genere di malinconia che si può ben reperire in moltissimi brani della musica dei nostri giovani, in cui lo sguardo va spesso al passato al “mi è successo…”, “ho patito…”, “ciò che è stato…”.

Lacan indaga, in particolare nel libro IV del suo Seminario (1956-57)2, l’oggetto materno, come relazione primaria e privilegiata dell’essere umano. Secondo Lacan le relazioni intessute dagli esseri umani con i loro oggetti d’amore, nascono come risultato di un originario “complesso di svezzamento3.
Per svezzamento però non intende solo lo staccarsi del neonato dal seno. Il seno non è solo fonte di nutrimento. È ben altro. È un’illusione di fusione, che compensa ciò che nella realtà è perduto per sempre, ovvero, l’unione con la madre. Il complesso di svezzamento riguarda, dunque, la rottura di una situazione, una separazione che segna il soggetto in modo irreparabile, proprio per l’impossibilità del ritorno.

Freud nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905)4 tratta, nell’ultima suddivisione, il “rinvenimento d’oggetto” (Die Objectfindung). L’oggetto cercato è sempre un oggetto perduto da ritrovare: una nostalgia, una distanza fondamentale. Ogni relazione oggettuale instaurata in futuro farà da tappa-buco, a quella perduta in origine. Un baluardo ex-post che mette al riparo dall’angoscia primigenia del corps-morcelé, del soggetto scisso.

E cosi il bambino si serve di oggetti attorno a lui, come materiali da lavorare e articolare attorno alla mancanza d’oggetto, mancanza dell’oggetto primo. Tali oggetti, chiamati dal pediatra e psicoanalista inglese D. Winnicott (1896-1971) “transitional objects”, non si limitano a costellare il periodo infantile, ma permangono anche allo stadio adulto. La relazione primaria madre-bambino dunque avrà un ruolo perturbatore in ogni successiva relazione oggettuale.

Ma se la relazione con gli oggetti sostituti non si instaura e la madre resta come oggetto di fissazione?

Accade nella modernità che le separazioni, sempre più frequenti tra genitori, mettano il figlio, soprattutto maschio, nel luogo del partner della madre. Pur con le dovute cautele da parte di mamma e papà, un figlio tende spesso ad indossare il ruolo dell’uomo di casa. È così dall’origine dei tempi. Da quando i padri partivano per la guerra e i figli davano una mano in casa. Ci ha provato anche la mamma di Pepero a trattenerlo quando lui voleva uscire e cercare. Che ne sarebbe stato di lui, se fosse rimasto con mm?

Viene da interrogarsi se, per alcuni ragazzi che oggi percorrono la via della malinconia e della violenza, la strada non abbia cominciato a tracciarsi fin dalle origini della primissima separazione, con recrudescenze poi nelle varie forme separative, incontrate strada facendo.

Dai molti racconti che sento nel mio lavoro, tante volte il figlio rimasto solo, ma proprio “solo solo” (citando il piccolo Hans)5 con la mm, non riesce a trovare quel maestro saggio che lo porterà in cerca del padre, o non potrà elaborare l’orfanità di Candy Candy attraverso spazi privati.

E su questa riflessione aperta, riprendo l’avvertenza iniziale al lettore, per sottolineare che temo infondo non sia affatto un caso ch’io tratti tal argomento, dopo 5 giorni di isolamento, in cui sono costretta a guardare mio figlio, di nove anni, da una parte all’altra della casa. Lui mi ha dato il suo orso di peluche (di quando era piccolo), cosicché io lo possa abbracciare fingendo che sia lui, io ho dato a lui un mio maglione, da cui possa sentirsi abbracciato. E così, ci scambiamo affettuosità virtuali artigianali un tre, quattro volte al giorno, nei momenti topici.

È una simbolizzazione che tiene il gioco. Ma nessuno dei due sta bene bene.

Vorrei riportare, a conclusione di questo testo, la lirica d’un cantore d’antan, qualcuno che ha cantato, in forma di poesia, il suo disagio, le sue difficoltà di separazione, la sua orfanità esistenziale e la presa materna, mettendo in scena, attraverso le sue opere, la violenza, senza mai essere violento. Usando un linguaggio scurrile, senza mai essere volgare. Parlando di macerie, senza mai fare cenno alla distruzione.

Cos’ha funzionato per Pierpaolo Pasolini? Mi auguro i giovani lo possano scoprire.

Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile… ( Pierpaolo Pasolini)


Maria Eugenia Cossuta

1 “Freud S. (1915-1917) Lutto e melanconia. “Opere”, volevo 8 Ed. Boringhieri, 1976″

2 Jacques Lacan (1956-1957) Il Seminario. Libro IV. La relazione oggettuale. Ed. Einaudi

3 Jacques Lacan (1938) I complessi familiari nella formazione dell’individuo. Ed. Einaudi

4 Freud S. Tre saggi sulla teoria sessualità. Ed. Boringhieri, 1977

5 Freud S. Casi Clinici 4. Il piccolo Hans Ed. Boringhieri; 3° edizione 2010

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