Psicoanalisi online?

Graziano Senzolo

Spazio Scuola sabato 19 settembre 2026

Vorrei partire da una premessa, che chiarisce anche il titolo che ho dato a questo breve intervento che i delegati e i membri della CLEAF mi hanno così gentilmente invitato a fare per l’odierno spazio Scuola. La premessa, è che il tema della psicoanalisi online mi interessa non in quanto argomento divisivo, che promuove implicitamente una presa di posizione pro o contro l’uso di questa modalità di incontro, ma come spunto atto a interrogare, una volta di più, i fondamenti di ciò che chiamiamo psicoanalisi. A interrogare cosa sia psicoanalisi e cosa facciamo in nome della psicoanalisi. 

Un interesse che non è certo teoretico, ma che nasce da un assillo reale – che ritengo non sia solo del nostro tempo, ma che sia presente già dalle origini della psicoanalisi stessa, che sia quindi consustanziale alla natura stessa dell’invenzione freudiana, e cioè: come continuare a far ex-sistere la sovversione analitica nelle congiunture del proprio tempo? Nelle congiunture del tempo che è il nostro, il tempo di internet, del virtuale, in cui allo stadio dello specchio si affianca quello che Marc Augé chiamava, già ormai un quarto di secolo fa, lo “stadio dello schermo”?. 

All’origine della psicoanalisi c’è un differente trattamento della domanda di cura. Tutto nasce infatti con la domanda, o, meglio, con una offerta che tratta in un certo modo la domanda. La domanda è attivata sempre dalla sofferenza. Può essere quella del soggetto che la formula o di chi gli sta accanto. Oggi le domande vengono formulate già pre orientate dal mercato delle psicoterapie e debitrici della categorizzazione psichiatrica del sintomo che si diffonde ovunque. A titolo di esempio riporto la richiesta – esemplificativa dello stile attuale – trasmessami, qualche giorno fa, da una persona tramite un portale internet: “Sto cercando uno psicologo per intraprendere un percorso di medio-breve termine per lavorare su una fobia specifica e un paio di fastidiose dipendenze”. 

Si tratta di una richiesta, che potrebbe sicuramente offrire lo spunto per una riflessione sulle modalità con cui la domanda di cura oggi viene portata all’attenzione del soggetto supposto curare. Ma partirò invece, anche per via del contesto in cui oggi parliamo – quello di uno spazio Scuola – dalla differenza fra richiesta e domanda. E dalla distinzione – che tale differenza impone di di fare, ma che, a mio avviso, talvolta sembra in parte o in tutto dissolversi – fra la domanda in analisi e la domanda di analisi. Non ritengo si possa considerare “psicoanalisi” esclusivamente la risposta che si da alla domanda di analisi, alla domanda di diventare analista che può venire rivolta a qualcuno che sia interno ad una società o una scuola di psicoanalisi. Mi sembra voglia dire restare dentro un gioco di specchi in cui domanda e offerta si rispondono in una perfetta reciprocità. In realtà, lo sappiamo, non c’è corrispondenza fra domanda e offerta neppure in tal caso. La domanda di psicoanalisi, sappiamo anche questo, è in fondo una domanda di copertura. Pertiene a quella che si potrebbe, richiamando la distinzione di cui sopra, definire la richiesta. Che sempre accompagna la domanda, ma che si differenzia dalla domanda stessa. La richiesta è qualcosa di transitivo, verte su di un oggetto specifico (nel caso conseguire la qualifica di psicoanalista). La domanda, al contrario, è intransitiva, non transita su un oggetto. È una domanda di niente. Cioè una domanda d’amore. Non ha un oggetto ma è essa stessa in sé, oggetto. E, in quanto tale, dovrà essere oggetto di analisi. 

L’analisi – se inizia- deve lavorare a separare la domanda dalla richiesta che la ricopre. Deve lavorare a rimuovere tale copertura per fare emergere la vera domanda. Che pertiene, o almeno dovrebbe, al sintomo. Dico dovrebbe perché ci sono casi in cui questa domanda, che è di copertura, non viene intesa come tale, ma è presa alla lettera. È quello che, di fatto, è successo nelle società di psicoanalisi, già all’epoca di Freud. La battaglia di quest’ultimo contro la deriva “professionalizzante” – quindi “confessionale” dello psicoanalista – a favore della psicoanalisi cosiddetta “laica”, già lo testimonia. 

In seguito, nel post-freudismo, come sappiamo, si è lavorato all’interno della istituzione analitica per ottenere una corrispondenza sempre maggiore fra la domanda e l’offerta, congruente in questo con quella che è la logica degli scambi di mercato. Lacan, a mio avviso, ha ripreso la questione dell’analisi laica a suo modo, sostenendo sempre l’idea, in opposizione a questa deriva, che l’analisi è una, cioè che esiste una sola analisi, l’analisi didattica. Che non è tale, non si qualifica come “didattica”, nel a priori di una domanda che si vorrebbe da subito “di formazione”, ma nel a posteriori di una concreta esperienza che sarà stata – futuro anteriore – una analisi didattica. 

Le società analitiche del dopo Freud hanno lavorato, come sappiamo, a formalizzare il quadro delle cure, a identificare le condizioni di partenza per fare dell’offerta di psicoanalisi qualcosa che avesse una corrispondenza con la domanda di psicoanalisi, quindi per garantire il miglior incontro possibile fra domanda e offerta. Lacan, al contrario, ha mostrato come solo alla condizione di mantenere questo punto originario di mancanza di garanzia, punto riguardante la struttura stessa dei rapporti interumani, è possibile, mai certo, che un percorso possa definirsi analitico. 

Il post freudismo si è dunque accanito nella standardizzazione dell’offerta, della cura-tipo, in grado di essere qualificabile a priori come ciò che di più appropriato occorre offrire a fronte alla domanda di diventare psicoanalista. Ed è tale accanimento ad aver generato il cosiddetto gold standard, cioè, in fondo, la formalizzazione accurata di criteri estrinseci che dovrebbero stare a garanzia del fatto che vi sia analisi. In una parola, la trasformazione del setting, degli aspetti esteriori che presiedono all’incontro analitico, in un vero e proprio feticcio. È piuttosto curioso – come sottolinea Paolo Migone – che sia stato Max Eitingon, uno dei primi discepoli di Freud, ha codificare le regole che hanno costituito quello che è poi stato considerato il gold standard dell’analisi didattica; lui che aveva fatto la propria formazione con Freud discorrendo nel corso di lunghe passeggiate nei boschi. 

Feticizzazione del setting, codifica di rigide regole a presidio della conduzione della cura, processo di istituzionalizzazione/burocratizzazione della psicoanalisi: sono state queste le risposte che, all’interno della società analitica, venivano date al problema della formazione. Problema che è stato centrale in tutto l’arco dell’esperienza lacaniana, che ha segnato il suo destino come uomo e come analista. Sappiamo che la sua esclusione dalla IPA è stata motivata, da coloro che avevano a lungo valutato il suo modo di trattare i pazienti che svolgevano la cosiddetta analisi didattica, sulla base di trasgressioni alle regole tradizionali del training analitico di formazione. Non una parola fu, all’epoca, espressa in merito all’insegnamento teorico di 2 Lacan nell’ambito dei Seminari. Questi potevano tranquillamente proseguire, così come la sua pratica come psicanalista. Il “titolo” che gli veniva all’epoca “ritirato” essendo non quello di psicoanalista, ma di psicoanalista in grado di rispondere, nel suo stile di conduzione delle cure, allo standard codificato, cioè il titolo di didatta. 

Lacan ha mostrato che a insegnare, a essere “didattico” è il sapere che si strappa all’inconscio nel corso della propria analisi individuale. Per la quale non vige alcuno standard. Ci si lascia insegnare dal proprio inconscio. È ciò che consente di qualificare di “didattica” l’analisi. Al di fuori di questo possibile approdo, senza alcuna garanzia preliminare, non vi è nulla che nel simbolico e/o nell’immaginario possa tenere a distanza questo elemento di reale rappresentato dall’inconscio nel suo statuto etico, di istanza che si può aprire o meno a seconda della “disponibilità”, mai anticipatile, di ogni soggetto nella sua singolarità. 

Penso che, così facendo, Lacan si sia mostrato fedele a quello che difinirei il grado zero del procedimento analitico, contenuto nell’originale e paradossale ingiunzione freudiana rivolta all’analizzante di dire tutto ciò che si ha in mente, offrendo quella libertà di espressione che consentirà al soggetto, per contrasto, di misurare quanto i suoi detti siano determinati da un dire che non controlla. D’altra parte, – e detto per inciso – credo che i grandi maestri siano quelli che ci donano anche la libertà riguardo al loro insegnamento. Liberi di essere lacaniani, diceva Lacan. Lui si sentiva vincolato a Freud e continuava a definirsi freudiano, e lo diceva alla fine del suo insegnamento, che è stato in sé una testimonianza di fedeltà nel tradimento, tradimento di una doxa, di una ortodossia, per accedere a una invenzione, per andare oltre mantenendo quello che si oltrepassa. Con la revoca della qualifica di didatta, l’IPA ha agito l’accusa a Lacan di non tenere in sufficiente considerazione i criteri sino a lì condivisi dagli analisti nell’ambito della formazione. Quest’ultima trovando proprio in quei criteri il loro fondamento. Ciò facendo ha mostrato come, per la psicoanalisi del dopo Freud, la questione della formazione non fosse ormai nemmeno più una questione teorica, una questione su cui aprire degli interrogativi. Si era cioè già determinata una scissione fra teoria e prassi. La prassi non veniva interrogata portandola – possiamo dire con il Lacan di Situazione della psicoanalisi nel 1956 – all’altezza del concetto, ma restando sul piano del precetto. Se si parte dal rituale di una valutazione del candidato futuro analista operata a partire dal criterio del “sufficientemente normale” – ribadito a più riprese nella codifica dei criteri di selezione – si finisce in quella che Lacan ha ironicamente definito auto ritualizzazione. Cui egli oppone, giustamente, l’autorizzarsi, che è l’atto, necessario al soggetto, per supplire all’assenza di garanzia. Una supplenza che chiama ad una valutazione anch’essa, ma operata nel a posteriori, tramite il controllo, la passe, l’insegnamento. 

Come ha scritto Moustapha Safouan, a proposito della destituzione di Lacan dal ruolo di didatta, “una istituzione incaricata di patrocinare l’accesso all’esercizio di una professione […] richiede la preventiva trasformazione del sapere cui essa si riferisce in un dogma. I burocrati sono dei religiosi per i quali l’essenziale sta nel rituale. In questo caso, si trattava della durata dell’analisi didattica, del numero delle sedute per settimana e della durata di ogni seduta. Cedere su quelle condizioni significava cedere sul loro stesso potere, cosa fuori questione per un burocrate. I punti dottrinari non avevano in fondo nessun valore rispetto al godimento del loro potere”. 

Il feticismo del setting nella psicoanalisi post freudiana spiega bene le accanite difese fobiche attivate nei confronti di varianti che parevano compromettere la possibilità della cura-tipo. Standardizzazione del setting e della cura, che diventa “tipizzata”, sono due facce della medesima medaglia. Due facce di una visione della psicoanalisi che prescinde dalla mancanza di garanzie della struttura. Naturalmente, mentre l’istituzione analitica promuoveva il setting rigido come elemento di garanzia della bontà della formazione, il reale della clinica imponeva a quegli stessi analisti diciamo “le sue ragioni”, portando numerosi autori, a partire da Kurt Eissler, a reperire e proporre modifiche del setting di base stesso (definito da Eissler “basic model technique”) in ragione delle peculiarità di pazienti con caratteristiche patologiche distanti da quelle del candidato analista “sufficientemente normale” di cui sopra. Divaricazione fra clinica e formazione, come se si trattasse di due cose non in stretta connessione fra loro e che, a fronte della rigidità con cui veniva giudicata la modalità lacaniana di condurre le analisi, ha portato, come sappiamo, al moltiplicarsi di tecniche sempre diverse. Moltiplicazione che è ben lungi dall’essere terminata, poiché le novità in questo campo continuano a prodursi. Ed è anzi intorno a queste innovazioni della tecnica introdotte da molti psicoanalisti che si vanno formando diversi circoli che radunano altri discepoli intorno a nuovi maestri. 

Come Lacan ha risposto alla questione del setting? Lo ha fatto considerando il setting a partire dalla struttura. Partire dalla struttura significa considerare che il setting non è riducibile a un insieme di regole e/o alle caratteristiche di uno spazio fisico con le sue peculiarità. Questi ultimi sono, appunto, gli aspetti legati ai due registri del simbolico e dell’immaginario. Ma dobbiamo considerare che i parlanti – analista e analizzante compresi – si incontrano in quello spazio/tempo peculiare che è il discorso, e il discorso contiene anche un elemento che eccede simbolico e immaginario. 

Di discorsi, Lacan lo ha precisato, ve n’è più d’uno. A partire dal discorso dominante, altro modo di dire il discorso del padrone, è possibile, a fronte di un certo tipo di ascolto, di accoglimento della richiesta di parlare, produrre le condizioni per l’emergere di un discorso nuovo, che è, appunto, il discorso analitico. Un discorso che, grazie a una certa posizione tenuta dall’analista, inaugura un nuovo modo di rapportarsi del soggetto alla propria parola. Un modo nuovo che apre lo spazio alla presa di parola come atto, come un dire “implicante”, da cui, in qualche modo, non si può tornare indietro. Qualcosa che opera discontinuità, che fa taglio, che produce un vuoto al cui interno si profilerà un elemento eterogeneo alla parola, ma che è causativo del dire stesso: l’oggetto a. È su questa possibilità della parola che si fa atto, che si fonda il anche il potere dell’interpretazione. Dire quindi che il setting è nel discorso significa dire che il legame di parola può essere, a determinate condizioni – non dipendenti da aspetti immaginari e che non si fondano su una mera base contrattuale rispetto a regole condivise riguardanti, ad es. il tempo o il denaro – suscettibile di produrre un altro discorso rispetto a quello dominante. 

Ogni discorso fonda un certo tipo di legame sociale. Il discorso infatti eccede l’idea di un semplice scambio comunicativo e apre alla questione di come il legame intersoggettivo si fondi su una articolazione strutturale in cui vi sono diversi posti ed elementi. Non approfondisco naturalmente in questa sede la teoria dei quattro discorsi proposta al suo uditorio da Lacan nel Seminario del 69/70. È però opportuno ricordare come il discorso analitico rappresenti una configurazione che si ottiene attraverso due rotazioni di un quarto di giro in senso orario a partire dal discorso del maître, che di quello analitico costituisce quello che Lacan chiama il rovescio (da intendersi come il dritto e il rovescio di una stoffa). 

La natura di ciascuno dei quattro discorsi non dipende da condizioni materiali, ma da come i quattro elementi di cui il discorso è fatto (il significante padrone, il sapere, il soggetto diviso e l’oggetto a) occupano a turno le quattro posizioni fondamentali (dell’agente, dell’altro, della verità e del prodotto), dando così luogo a quattro differenti configurazioni, ciascuna con una propria denominazione (discorso del padrone, dell’isterica, dell’analista, dell’università). Nella loro differenza, i discorsi si configurano come permutazioni della medesima struttura. La posizione dell’analista, nel discorso che prende il suo nome, si distingue per il fatto di avere in posizione dominante, in posizione di agente, l’oggetto a, quell’oggetto che causa il desiderio di colui che formula la propria domanda all’analista. Oggetto che l’analista è chiamato a incarnare, alla stregua della statuetta del satiro – evocata da Socrate nelle pagine del Convito platonico, a lungo commentate da Lacan nel Seminario sul transfert – che al suo interno contiene, celato all vista, al di fuori del registro del visibile, ciò che di prezioso c’è per il soggetto (agalma). 

Lo psicoanalista può occupare una posizione di agente, di motore del discorso, alla condizione di assumere questa posizione di oggetto, indirizzandosi, da questa posizione, al soggetto nella sua divisione, perché è proprio tale divisione soggettiva che il dispositivo analitico mette al lavoro, causando la produzione di quei significanti guida attorno ai quali il soggetto si era organizzato, in quella specifica configurazione simbolico/immaginaria che chiamiamo fantasma. A differenza del discorso del maître, in cui il fantasma si trova sotto la barra mentre al di sopra i significanti si incatenano l’uno con l’altro, in una produzione virtualmente infinita, il discorso analitico, pur partendo dal significante, dalla domanda portata all’Altro, è destinato a esaurire il processo semiotico, approdando su di un elemento fuori simbolico, che è appunto l’oggetto a. Quello analitico è dunque un discorso che contiene in sé gli elementi che conducono, diciamo, al suo esaurimento interno. È un discorso che dovrebbe produrre le condizioni per la sua stessa chiusura, portando il soggetto a un punto di oltrepassamento – un punto di passaggio – al di là del quale c’è solo il momento di concludere, momento che, almeno il più delle volte, si prolunga per un certo tempo, in un processo che assomiglia – come ben notava Marcelo Mazzuca nel Rendez-vous internazionale di Roma nel 2010 – a quello che porta al processamento dei dati in un PC una volta che si è azionato il comando di spegnimento. 

Lacan ricordava come l’analista sia vincolato nella sua strategia di fondo, ma libero nelle tattiche che adopera per arrivare a perseguire ciò che la strategia impone. Strategica è l’emersione del soggetto dell’inconscio, cioè della divisione soggettiva. Strategico è fare spazio al discorso dell’analizzante a partire dalla propria mancanza ad essere. Con quali mezzi ciò avvenga non è essenziale. Il divano, per esempio, può essere un elemento tattico – per Freud era, per sua stessa onesta ammissione, una tattica per evitare di dover sostenere tutto il giorno lo sguardo dei suoi interlocutori. Ma non è il divano a fare della psicoanalisi una clinica dell’ascolto invece che dello sguardo. Pierre Rey, nel suo Une saison chez Lacan, ci ha fornito, ad esempio, il resoconto in forma romanzata di un decennio di analisi riuscita, fatta restando uno di fronte all’altro. Tattico è, in fondo, tutto ciò che pertiene agli strumenti adoperati per fronteggiare la contingenza in cui gli esseri umani si trovano. Anche il dire può essere tattico, il lasciar cadere un elemento del discorso del paziente, o invece riprenderlo e rilanciarlo. Interpretare in un determinato momento o in un altro, scegliendo di tacere sino a quel tempo kairologico (il tempo della opportunità) in cui il soggetto si sia avvicinato alla sua verità, al punto da percepire l’interpretazione come ciò che fa eco a questa verità. Allora, se Lacan ha contribuito a decostruire l’idea del setting come dispositivo fisso, standardizzato, garante nel suo formalismo di chissà quale riuscita dell’operazione analitica, se lo ha ancorato al discorso, perché non sarebbe possibile portare avanti dei trattamenti che abbiano dignità analitica anche utilizzando la modalità online? 

L’online però reca con sé un altra questione, su cui vorrei, in conclusione, fare alcune riflessioni. Ed è la questione della distanza. L’online consente un incontro fra parlanti, ma un incontro non in presenza. Al netto del fatto che questa soluzione ha un indubbio vantaggio (come abbiamo scoperto durante la pandemia), quello di poter mantenere il contatto, ove questo sia reso impossibile da condizioni materiali. O di favorire la formulazione di una richiesta di aiuto da parte di soggetti particolarmente “difesi”, per i quali la distanza funge da fattore di scaglionamento dell’alterità dell’Altro (un’espressione che Lacan adopera, se non erro, in Questione preliminare). O, ancora, di aprire una finestra discorsiva in situazioni di ritiro sociale estremo di alcuni giovani, situazioni sempre più frequenti. Al netto di tutto ciò, quindi, qual’è dunque la portata di tale differenza rispetto al setting convenzionale? 

Il tema delle analisi a distanza si pone già implicitamente nell’autoanalisi di Freud, che, nei fatti, non è mai stato un esercizio solipsistico, ma ha coinvolto l’altro; per cui è ben noto quanto il carteggio con i suoi interlocutori, Fliess in primis, abbia contribuito allo svolgersi del discorso sulle proprie questioni soggettive. È poi stato discusso ampiamente negli anni cinquanta a proposito della possibilità di effettuare delle sedute al telefono (nelle cosiddetta telephone analysis). E su questa risorsa del telefono, devo dire, personalmente ho costruito – come moltissimi altri del resto – la possibilità di garantire continuità di ascolto nel 2020, nella prima fase di lockdown, ai numerosi pazienti che seguo in istituzione, avendo anche modo di apprezzarne, sia io che loro, l’efficacia. Pongo allora la questione in questi termini: parlare a distanza porta effettivamente con sé un deficit di presenza? Fare un incontro a distanza, non essendo presenti contemporaneamente nella medesima stanza, costituisce un vulnus nella presenza, nello specifico nella presenza dell’analista? 

Già negli anni cinquanta, criticando la psicologia dell’io, Lacan ridefiniva la presenza dell’analista in termini di funzione simbolica, relativizzando il suo essere presente come persona. Nel decennio successivo poi, precisava ulteriormente tale funzione in termini di oggetto prezioso sottratto alla vista (come agalma) e, in particolare nel Seminario XI, in quanto istanza cui viene supposto un sapere su di sé da parte dell’analizzante, valorizzando contemporaneamente quello che ha chiamato il desiderio dell’analista. Gli sviluppi nell’elaborazione della nozione di oggetto a, lo hanno infine condotto ha riformulare la questione della presenza dell’analista in modo ancor più radicale. Dal seminario sui quattro discorsi in poi assegna all’analista il posto dello scarto, non della presenza piena, al contrario, quello di un vuoto di cui è chiamato a occupare il posto,  senza colmarlo con nulla di sé, accettando di essere mera parvenza dell’oggetto causa di desiderio dell’analizzante. In questa traiettoria è evidente come Lacan abbia concettualizzato la presenza dell’analista vieppiù in termini sottrattivi, come presenza che opera attraverso una sottrazione. L’essere stesso dell’analista raggiunge, in fine di analisi, la condizione opposta, quella che Lacan definiva in termini di disessere. Il punto scabroso, per alcuni psicoanalisti, è però che la distanza comporti che analizzante e analista non siano nel medesimo spazio, che manchi quindi la presenza garantita dal corpo dell’analista. Nello schermo effettivamente il corpo è ridotto a immagine bidimensionale, senza profondità, senza nessuna possibilità di contatto, come invece avviene comunemente nel saluto iniziale e nel momento del congedo nella stanza di consultazione. Ma c’è comunque, a mio parere, qualcosa di essenziale del corpo che permane, anche nel contatto a distanza, e sono lo sguardo e la voce. Entrambe “pezzi di corpo”, sebbene non nel senso empirico del termine, ma, in senso psicoanalitico, come oggetti pulsionali. Grazie alla voce e allo sguardo, il corpo stesso, pur nella distanza, mantiene una sua materialità, presentificando in ogni caso ciò che del corpo è più proprio, cioè il godimento (quello che l’AI non potrebbe mai far passare nei suoi enunciati). Certo Lacan non poteva immaginare con precisione che, fra i gadget di cui parlava, ci sarebbe stata, di lì a qualche decennio, la possibilità effettiva di guardarsi e parlarsi non essendo presenti nel medesimo spazio. Tuttavia i suoi stessi strumenti concettuali mi pare consentano di intendere il corpo stesso non solo nella sua materialità empirica, ma in quel fuori corpo che sono in un certo senso gli oggetti pulsionali. Sguardo e voce sono quelli che egli aggiunge alla coppia freudiana seno/feci, per fare un passo in più, di quanto Freud non avesse già fatto, in direzione di un allontanamento dall’anatomia. In quanto resti dell’operazione di incarnazione del logos, non mere porzioni anatomiche, rimangono oggetti causa del desiderio, strutturalmente già separabili dalla presenza fisica del corpo. Lo sguardo funziona anche in assenza e la voce può assumere lo statuto afonico del dialogo interiore o, come nella psicosi, di un elemento reale in assenza di suono. 

Silenzio, tono, scansione, sono avvertibili anche in mancanza di prossimità fisica. E per quanto concerne lo sguardo, sebbene mediato dallo schermo e in diversi modi reso eccentrico dal posizionamento della webcam – cosa che rende talvolta impossibile il guardarsi negli occhi (che per altro nel setting con divano è comunque escluso), esso resta tale in quanto non coincide affatto con l’occhio che guarda, col suo fuoco ottico. La schisi fra occhio e sguardo permane. Ed è nel permanere di questo scarto che l’oggetto può, anche rimanendo i corpi nella distanza, presentificarsi. Rivelando in tal modo, proprio a partire da questa situazione irrituale dell’incontro da remoto, che il dispositivo tradizionale in presenza non era mai stato il luogo di una presenza piena, bensì quello in cui sapere e rappresentazioni di sé si sfaldano, e il soggetto incontra infine la propria mancanza a essere.


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“Parlare è anzitutto parlare ad altri”

Jacques Lacan