La prima impressione nel leggere questo libro anzi nel ri-leggere, dato che si tratta di una nuova edizione e, quindi, di una rinnovata occasione di lettura (con il valore aggiunto di altre note esplicative e una aggiornata bibliografia) è che questo libro “parli”.
Mi spiego, il libro parla nel senso che indicano gli stessi autori nella premessa di avere permesso, fin dalla precedente edizione, di continuare a far parlare di Basaglia e della sua fondamentale esperienza e, soprattutto, delle sue continue potenzialità di contaminazione e innovazione in diversi contesti di lavoro e di studio attuali.
Non solo il libro continua a parlare, ma continua a mostrare la sua particolarità di singolare monografia dell’uomo descritto non solo come figura moderna di “psichiatra” dei malati liberati dal manicomio ma, soprattutto, come intellettuale impegnato di fronte alla questione della follia.
Nel libro gli autori sembrano procedere passo passo accanto al personaggio Basaglia, proprio nel cercare di descrivere la sua esperienza di uomo, di studioso, di psichiatra e di politico, con uno stile, che mi autorizzo di rappresentare con un gergo cinematografico, di un vero e proprio “pedinamento” come si usa fare nel cinema con la macchina da presa con il protagonista della storia. Questa immagine, presa da un altro linguaggio, dal mio punto di vista meglio evidenzia la generosità degli autori nel costruire, in un progressivo incalzare, una narrazione umana di conflitti e passioni, di conoscenza e desiderio di sapere, di persone e di soggettività, di istituzione e comunità.
Quindi, non solo una monografia, come già indicato prima, ma un viaggio intellettuale e politico nelle contraddizioni di una dimensione particolarmente umana quale può essere considerata la follia nella sua eccezione di malattia mentale.
L’attualità di questo libro è di riproporre decisamente, ancora una volta attraverso la testimonianza basagliana, come una “reale” dimensione di impegno sociale e politico non può essere esclusa nell’affrontare la malattia mentale se si vuole “restituire concretezza al rapporto tra medico e paziente”, tra malato e comunità, tra cura scientifica e bisogni reali della persona. Un impegno intellettuale che diventa una vera pratica, un “sapere fare” indicano gli autori, contro il sapere istituzionale, lo stesso sapere psichiatrico del trattamento manicomiale della follia, riduzionista e segregante eppure ufficializzato e riconosciuto. Ma non solo, nel libro il valore della testimonianza va oltre, al di là della esperienza storica della chiusura dell’istituzione totale manicomiale. Ritorno, allora, all’attualità della riedizione del testo che è quella di proporci come continuare a sostenere un’esperienza che non si è fermata alla, cosi detta, legge 180 ma è andata al di là di se stessa per il proprio potere innovatore intrinseco di lotta e di impegno. Il potere di una testimonianza, come continuano a indicarci gli autori, caratterizzata dal coraggio e dalla passione che fino alla fine, data la prematura scomparsa, ha segnato il pensiero basagliano nel mettere e mettersi continuamente in discussione nella propria pratica e nel proprio sapere, affinché non diventasse mai pratica di un sapere-potere costituito che pretende di asserire che cosa può essere la follia.
Domenico Ferrara
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“Parlare è anzitutto parlare ad altri”